Antifascismo e Unione Europea

Prologo

L’antifascismo è nato in Italia negli anni Venti del Novecento. Nasce durante la crisi che investe lo Stato italiano dopo la Prima Guerra Mondiale, come alternativa a un movimento – il fascismo – caratterizzato dall’uso della violenza, dall’organizzazione militarizzata e dall’ideologia nazionalista e totalitaria.

Antifascisti della prima ora furono uomini e donne provenienti da differenti ceti sociali, di diversa cultura e appartenenti a distinte fedi politiche e religiose: liberali, socialisti, comunisti, cattolici, protestanti, ebrei accomunati in una opposizione caratterizzata però da forti e continue divisioni, che favorirono la presa del potere da parte dei fascisti. E l’antifascismo italiano, dopo il forzato scioglimento dei partiti antifascisti e l’instaurazione dello “Stato di polizia” (1925-26), ebbe i suoi rappresentanti perseguitati, uccisi o incarcerati, e fu destinato a scomparire o relegato a diventare una forma di opposizione marginale, più sociale che politica, salvo la componente meglio organizzata degli antifascisti – in prevalenza comunisti – che scelsero di scendere in clandestinità.

Nasceva così, sempre in Italia, la lunga stagione della Resistenza, che via via diventerà negli anni Trenta, con la progressiva fascistizzazione degli altri paesi d’Europa centrale (Norvegia, Belgio, Austria, Germania, Spagna, Portogallo, Grecia), un fenomeno europeo di opposizione al fascismo e al nazismo che troverà ben presto, non solo in Italia – specialmente quando saranno evidenti le intenzioni espansionistiche del nazismo -, l’adesione anche della generazione nata sotto al fascismo che sceglierà, soprattutto quando sarà più evidente l’alleanza con il nazismo, di partecipare alla Resistenza come fenomeno non più solo di opposizione ideale e politica, ma anche come attività militare.

Tuttavia la vittoria sul nazifascismo non sarà solo un evento militare; sarà l’elemento fondante di una “rinascita” che coinvolgerà tutto il mondo liberato dall’incubo nazista, specialmente dei paesi che avevano generato il fascismo e il nazismo: Italia e Germania.

Dopo il 1945 si diffonde in tutto il mondo e in particolare nel cuore dell’Europa, nonostante il delinearsi della contrapposizione tra blocchi politici diversi e la nascita della “Guerra fredda”, una ventata ideale di pacifismo internazionalista. Nei singoli paesi dell’Europa centrale si affermeranno governi che garantiranno assetti sociali democratici, fondati sui principi e i valori che erano stati alla base dell’antifascismo e della Resistenza. L’idea di un antifascismo etico, in grado di garantire il non ritorno della follia nazifascista, costituirà la base su cui sarà fondata l’idea di una “nuova democrazia europea” e permetterà l’avvio del processo d’integrazione fra gli Stati d’Europa.

Percorso ad ostacoli

Un primo risultato del processo d’integrazione europea sarà raggiunto nel 1949 con il trattato di Londra, costituendo il Consiglio d’Europa tutt’ora esistente come struttura internazionale distinta dall’Unione Europea.

Fu per l’Europa il primo passo di un percorso che si rivelerà ben poco lineare e non sempre efficace, la cui ritrovata identità antifascista sarà pesantemente condizionata dalla realpolitik dei blocchi contrapposti: da un lato quello orientale e “comunista”, guidato dall’URSS; dall’altro quello occidentale e “democratico”, guidato dagli USA.

Una contrapposizione geopolitica che durerà fino al novembre 1989, quando finisce la funzione deterrente del “muro di Berlino” che aveva condizionato la politica nazionale di tutti i paesi d’Europa, per i quali le relazioni internazionali erano state prevalentemente di carattere economico. Come quando nasce a livello europeo, nel 1958, un’altra struttura internazionale: la Comunità Economica Europea (CEE), che andrà ad affiancare il Consiglio d’Europa. 2 E da quel momento il percorso per realizzare l’auspicata Confederazione degli Stati d’Europa è come se imboccasse due strade diverse e non sempre parallele: una per sostenere i diritti umani, rafforzare la stabilità democratica degli Stati partecipanti e favorire lo sviluppo dell’identità culturale europea; l’altra dedicata allo scambio fra i paesi d’Europa di merci e rapporti commerciali. E sarà immediatamente chiaro che la contrapposizione geopolitica di quegli anni, con la divisione imposta alla Germania in due realtà politico-amministrative separate, rappresenterà un vero e proprio macigno sulla strada dell’integrazione politica fra gli Stati d’Europa.

Così la politica d’integrazione fra gli Stati d’Europa procederà anche negli anni successivi senza una vera pianificazione, ma seguendo un processo più empirico che ragionato, irto di deviazioni e blocchi, come accadrà con la repressione sovietica della rivolta in Ungheria nel 1956 e con l’occupazione della Cecoslovacchia da parte del Patto di Varsavia nel 1968 che saranno laceranti momenti di divisione della coscienza collettiva europea. In tale contesto di contrapposizione l’antifascismo diventa un parametro per interpretare la politica nazionale dei paesi d’Europa, dove la discriminate non è più tra fascisti e antifascisti, ma tra comunisti e anticomunisti.3

E mentre i paesi dell’Europa orientale saranno schierati con l’URSS e la discriminate tra fascismo e antifascismo diventerà quella tra capitalismo e anticapitalismo, negli Stati Uniti d’America la difesa della democrazia diventerà lotta aperta al comunismo internazionale.

Accadrà allora che nei paesi dell’Europa occidentale l’antifascismo unitario, che aveva reso possibile la vittoria sul nazifascismo, regredisca ad essere una scelta ideologica con cui valutare l’appartenenza ai partiti politici divisi tra destra e sinistra. E la stessa struttura organizzativa che andrà a configurarsi in Europa come riferimento degli Stati nazionali risponderà sempre più a requisiti di carattere burocratico anziché politico ed ideale. Mentre l’appartenenza alla comune matrice antifascista sarà messa in discussione negli stessi paesi dove il nazismo e il fascismo erano nati: Germania e Italia.

Nella parte comunista della Germania l’antifascismo assumerà la connotazione dell’antimperialismo, in contrapposizione con l’anticomunismo della Germania occidentale. L’antagonismo tra le due realtà separate della Germania condizionerà per trent’anni le relazioni internazionali e l’affermazione di un’identità europea nata dall’antifascismo. E l’opposizione interna alla Germania Est, presente anche negli altri paesi del blocco sovietico con la presenza di dissidenti, specialmente intellettuali, che denunceranno il dispotismo della società comunista, sarà considerata dall’opinione pubblica occidentale una nuova forma di Resistenza.

In Italia un’ampia parte della società si schiererà, dopo la fase costituente e le elezioni politiche del 1948, su posizioni anticomuniste, considerando l’antifascismo come il prodotto propagandistico dei comunisti. E anche la Resistenza sarà ideologizzata e rifiutata con lo scopo di emarginare i comunisti e mettere in secondo piano i valori democratici che erano stati alla base dell’antifascismo storico, quello che aveva formato la nuova classe dirigente dell’Italia repubblicana.

Seguiranno in Italia anni di radicali epurazioni sui posti di lavoro di quadri sindacali e appartenenti ai partiti di sinistra, fra cui molti ex partigiani, con l’emarginazione politica del Partito Comunista Italiano e la decisione nel 1960 di realizzare un Governo con l’appoggio esterno del Movimento Sociale Italiano, partito politico d’ispirazione dichiaratamente fascista, che susciterà una rivolta popolare di ampie dimensioni con duri scontri tra polizia e manifestanti nelle maggiori città d’Italia.4

Per opporsi alla repressione antidemocratica prendeva consistenza nell’Italia nei primi anni Sessanta del Novecento un ampio fronte di opposizione alla regressione autoritaria messa in atto da una parte della classe dirigente, coinvolgendo comunisti, socialisti, radicali, liberali, cattolici di sinistra che daranno vita a una nuova opposizione antifascista coniando la definizione di “Nuova Resistenza”.

Integrazione senz’anima

Ma negli anni Sessanta del secolo scorso le cose stavano cambiando anche a livello europeo e mondiale. L’economia internazionale era in crescita e la Comunità europea iniziava a fare accordi con i paesi membri per aumentare la produzione agricola, favorire lo scambio delle merci e la circolazione delle persone. Iniziava il “Boom economico”, ma anche la guerra in Vietnam e la contestazione giovanile che con i moti studenteschi del maggio 1968 inciderà profondamente nella società europea e nei costumi di tutto il mondo occidentale. Da questo momento inizia un periodo significativo per l’espansione dei rapporti economici e culturali europei, con la fine dei regimi fascisti in Spagna e nel Portogallo e con l’adesione di nuove realtà nazionali al progetto europeo, ma sarà anche l’inizio della crisi energetica mondiale e degli anni del terrorismo in Europa, che in Germania e Italia saranno definiti, “anni di piombo”. E se da un lato l’Europa vedrà consolidarsi la sua politica economica comunitaria con la stipulazione di numerosi trattati, sul versante politico il percorso d’integrazione nazionale sarà meno deciso e molto più lungo, tanto è vero che solo nel 1979 il Parlamento europeo potrà essere eletto a suffragio universale e che per rilanciare l’idea di un’unione politica dell’Europa si dovrà attendere la riunificazione della Germania nel 1990. Tuttavia, anche quando il momento storico poteva essere favorevole per dare una spinta all’integrazione fra le nazioni d’Europa, si verifica una accelerazione a vuoto, come accade a un’automobile con la frizione bruciata, e la stessa formalizzazione dell’Unione Europea (UE), avvenuta nel 1993 con il trattato di Maastricht, realizza un’organizzazione sovranazionale che sarà percepita dalle popolazioni degli Stati membri come una struttura sostanzialmente burocratica e senz’anima. E per dare un’identità all’UE a ben poco serviranno le iniziative per inventarsi dei simboli europei di riferimento – la bandiera, l’inno, il motto –, la cui utilizzazione cadrà nell’indifferenza generale e sarà comunque recepita dalla popolazione europea come un elemento estraneo e lontano dalla vita quotidiana.

Non per nulla negli anni Duemila l’approccio all’Europa come realtà politica sarà caratterizzato dal risorgere dei nazionalismi che metteranno in soffitta l’idea originaria di una Unione Europea federalista. A questo appuntamento europeo con il nazionalismo di ritorno, favorito dai governi di destra presenti nei paesi ex comunisti entrati a far parte dell’UE nel 2004, Germania ed Italia arrivano con situazioni politiche ed economiche molto diverse.

La Germania ci arriva consolidata dalla riuscita integrazione delle due parti economicamente e ideologicamente contrapposte in cui era stata divisa e in grado d’esprimere una nuova identità democratica che gli consente di riscattare il tragico passato nazista e d’esercitare una indiscussa leadership nel progetto di costituzione dell’UE.

Mentre l’Italia arriva all’appuntamento europeo degli anni Duemila stremata da una mancata pacificazione tra “fascisti” e “antifascisti”, iniziata fin dai primi anni della Repubblica e poi continuata nel drammatico periodo della “strategia della tensione” e del terrorismo di destra e di sinistra che bloccherà nel Paese qualsiasi possibilità di rinnovamento politico. E se la denazificazione nelle due Germanie e poi nell’attuale Germania porterà, dopo un iniziale periodo di shock collettivo, a una sostanziale ammissione di colpa da parte del popolo tedesco di quanto

causato dal Terzo Reich applicando una drammatica epurazione e una legislazione molto severa per reprimere il reato di apologia del nazismo, in Italia non ci sarà mai una drastica e profonda defascistizzazione dello Stato e specialmente del suo apparato amministrativo, optando per una troppo indulgente epurazione della classe dirigente compromessa con il regime fascista di Roma e di Salò. Forse perché in Italia si preferì non criminalizzare eccessivamente un’intera fase della storia nazionale scegliendo un rinnovamento politico graduale e senza traumi, ma di fatto senza mai chiudere i conti con quel passato fascista che, con lucidità profetica, Piero Gobetti aveva indicato come “autobiografia della nazione”1

D’altra parte la storia d’Italia è caratterizzata da un’antica ribellione contro lo Stato nazionale, la cui influenza nella lotta politica è tutt’oggi evidente. Stiamo infatti assistendo, da almeno vent’anni, a un processo di svilimento delle istituzioni rappresentative dello Stato italiano, che non ha paragoni in tutta Europa e che ricorda, molto da vicino, l’opera di demolizione dello Stato liberale condotta dal fascismo negli anni Venti del secolo scorso.

Inoltre è ancor oggi largamente diffuso in Italia, più che in altri paesi d’Europa, un fenomeno caratteristico del regime fascista: la corruzione.

Non che il fenomeno della corruzione non esista nelle società democratiche, le quali hanno comunque degli anticorpi per combatterla, ma è solo nei regimi totalitari – fra essi il fascismo -, che la corruzione diventa un fenomeno intrinseco al regime stesso. Nonostante ciò, quando si parla della violenza usata dal fascismo per imporsi e mantenere il potere, non sempre si prende nella dovuta considerazione la violenza disgregatrice insita nel fenomeno della corruzione e del malaffare.2 E non sarebbe superfluo dare maggiore rilevanza a questo aspetto caratteristico del fascismo, magari lanciando anche a livello europeo una efficace lotta al malaffare come una Nuova Resistenza di tipo etico.

L’identità minacciata

Per adesso la UE si è impegnata nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione istituendo un Ufficio europeo appositamente dedicato alla lotta antifrode (OLAF) e avendo emanato disposizioni, procedure e raccomandazioni per combattere corruzione e frodi negli Stati membri. Ma, forse, avrebbe potuto fare di più. Magari migliorando il recepimento e l’applicazione delle norme europee a livello nazionale e incrementando la cooperazione tra autorità nazionali e sovranazionali. Ma più che altro vigilando su quei fenomeni di evasione fiscale la cui denuncia è costata la vita alla giornalista Daphine Caruan Galizia. Anche perché la corruzione e il malaffare sono problemi etici che affliggono, se pur in misura diversa, tutti gli Stati membri dell’UE – anche se c’è maggiore preoccupazione per l’Italia, la Grecia e i paesi dell’ex cortina comunista -, con un costo sull’economia europea valutato in circa 120 miliardi di euro all’anno, e rappresentando un pericoloso fattore di disgregazione sociale che può diventare una vera e propria minaccia per la tenuta dell’UE. Inoltre se la UE non investirà abbastanza nella condivisione dei principi etici che avevano ispirato l’idea di Confederazione nel ’45, in modo da implementare negli Stati membri comportamenti ispirati all’etica sociale e alla “buona politica”, si favorirà di fatto il sorgere dei movimenti populisti e neofascisti contrari all’Europa come Comunità non solo economica ma sociale e politica. E se la UE continuerà a pretendere il rigore solo come terapia economica, senza nemmeno valutare le difficoltà economiche e sociali degli Stati membri, rischierà di minare ancor più la sua unità politica e la sua stessa identità.

Diversi sono stati i fattori che hanno determinato la minaccia di disgregazione dell’identità europea. Mi limito a segnalare: la globalizzazione selvaggia, la crisi economica prodotta da un modello di sviluppo iniquo ed ecologicamente non sostenibile, il flusso migratorio senza precedenti e fuori controllo proveniente dall’Africa e dal Medio Oriente, la guerra che è stata dichiarata dal terrorismo islamico alla democrazia europea e mondiale. Dunque un insieme di elementi in grado d’innescare un processo di disgregazione che riguarda tutti i governi e i partiti politici degli Stati membri dell’UE e non solo. Ne viene fuori un panorama preoccupante con la presenza in molti paesi d’Europa, fra cui l’Italia, di organizzazioni dichiaratamente fasciste, con l’esistenza in molti paesi europei di governi di destra o nazionalisti, con la presenza sul Web di migliaia di siti apertamente ispirati al fascismo o al nazismo e riproducenti la loro simbologia.3

Se poi guardiamo il panorama italiano – quello che ci riguarda più da vicino -, vediamo che in Italia lo spirito della Resistenza non è mai diventato patrimonio culturale della Nazione. Probabilmente perché alla classe dirigente forgiata nella lotta antifascista è subentrata una classe dirigente formata da pochi politici e amministratori pubblici dediti alla “buona politica”, più spesso formata da uomini di partito nati e cresciuti in batteria “come polli d’allevamento”: mediocri, autoreferenziali, quasi sempre clientelari e spesso – salvo le dovute eccezioni -, corrotti. Inoltre, nell’amministrazione statale italiana è sempre prevalsa, a differenza degli altri paesi europei, una burocrazia poco efficace dal punto di vista tecnico-gestionale e refrattaria a qualsiasi cambiamento. Per non dire dell’attuale classe politica, subentrata a quella della Prima Repubblica – che è stata pur sempre quanto di meglio l’Italia abbia avuto -, caratterizzata, sia a destra sia a sinistra, da pochi politici bravi e da molti atteggiamenti quasi esclusivamente propagandistici, con la presenza di gruppi politici, anche parlamentari, che spesso hanno assunto posizioni dichiaratamente anti istituzionali, sfoggiando un’inusitata violenza verbale nella presentazione di proposte quasi sempre semplicistiche e di una sottocultura imbarazzante.

Non può quindi stupire che in tale contesto di svilimento dello spirito unitario della Nazione, anche l’idea di Patria e il senso di appartenenza allo Stato si siano persi nell’indifferenza generale. E’ stato quindi facile fare accettare a una distratta opinione pubblica insulse semplificazioni come fossero atti di ottimizzazione e modernizzazione dello Stato. Basterebbe ricordare, per fare solo qualche esempio, come sia stato deciso nel 1976 di abolire la Parata militare del 2 giugno in occasione della Festa della Repubblica e che l’anno successivo, per non perdere un giorno di lavoro, la Festa sia stata spostata alla prima domenica di giugno; che nell’anno scolastico 1990-91, per risparmiare sulla spesa pubblica, si sia deciso di eliminare l’insegnamento della Educazione Civica, adducendo che in una società “evoluta” tale insegnamento non fosse più necessario; che nel 2001, per omologare i lavoratori del pubblico impiego ai lavoratori privati, sia stato eliminato il rituale per giurare fedeltà allo Stato da parte degli impiegati pubblici. Si dirà che sono state rimozioni di nessuna importanza. In realtà sono stati interventi molto dannosi sul piano culturale. Basta considerare il danno che ha fatto la eliminazione dell’insegnamento dell’Educazione Civica nelle scuole (mai reinserito, nonostante alcuni tentativi), di cui oggi vediamo il risultato con la dilagante mancanza di senso civico e di appartenenza allo Stato presente in larga parte dei cittadini italiani.

Per individuare un argine alla crisi etica ed identitaria della Nazione bisogna andare agli interventi realizzati dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi – che non per nulla aveva fatto la Resistenza nelle formazioni di “Giustizia e Libertà” -, quando durante il suo settennato è intervenuto con decisione per ridare valore ad alcuni aspetti simbolici della Nazione, rivalutando la Festa della Repubblica con Parata militare il 2 giugno di ogni anno, aprendo il Quirinale ad incontri con i cittadini e tenendo nelle manifestazioni pubbliche un comportamento così genuinamente patriottico – con semplici atti, si badi bene, come baciare la bandiera o cantare l’Inno Nazionale con sincera emozione -, da essere molto apprezzato dagli italiani e da fare in modo che diversi di loro tornassero ad avere un attaccamento all’idea di Patria e con esso a recuperare quel senso di appartenenza alla Nazione che stava scomparendo.

Per altri versi anche gli ideali che guidarono la Resistenza al fascismo storico non sono diventati quel patrimonio culturale collettivo che avrebbero dovuto essere. E anche l’intenzione di dar vita negli anni Sessanta a una Nuova Resistenza doveva fare i conti con una realtà politica perennemente conflittuale, divisa tra una destra geneticamente fascista, che non saprà mai diventare affidabilmente democratica, e una sinistra autolesionista che non saprà mai diventare una forza politicamente attraente per essere maggioritaria.

E anche se successivamente, negli anni Settanta, tornerà ad affacciarsi l’idea di una Nuova Resistenza, il progetto subirà il pregiudizio della Resistenza tradita che attecchirà specialmente nella sinistra extra parlamentare, nelle cui fila nascerà il mito di quella Resistenza armata che condizionerà le scelte individuali di alcuni militanti (ma non di tutti!), che passeranno alla lotta armata dando vita alla tragica stagione del terrorismo di sinistra.

Ma proprio quando il Paese sarà più disorientato e la fiducia nei partiti politici e nelle istituzioni sembrerà essere sul punto di scomparire, avviene nell’opinione pubblica italiana un moto di ribellione morale indirizzato contro lo stragismo politico e mafioso, che aveva colpito uomini delle istituzioni ma anche comuni cittadini, e contro il malaffare della politica, che era stato fatto emergere specialmente dall’inchiesta “Mani Pulite”, facendo nascere alla fine degli anni Novanta un movimento di impegno civile che farà tornare di attualità lo slogan “Nuova Resistenza”, rilanciato nel 1997 dalla pubblicazione di un polemico libro di Nando Dalla Chiesa 4 e nel gennaio 2002 da un memorabile discorso di Francesco Saverio Borrelli, Procuratore della Repubblica di Milano, che durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, incitò platealmente alla Resistenza concludendo la sua prolusione di denuncia della legalità offesa con un reiterato e suggestivo «resistere, resistere, resistere». Un incitamento a «resistere» che più che altro fu uno schiaffo alla classe politica di allora e che procurò una grande emozione nella opinione pubblica. Tanto che furono in molti ad associare l’esortazione del Procuratore Borrelli – uomo di formazione liberale che aveva ripreso l’espressione «resistere» dal discorso fatto alla Camera dei Deputati da Vittorio Emanuele Orlando dopo la disfatta di Caporetto -, alla scelta di opporsi al nazifascismo con la Resistenza, facendo così emergere – forse al di là delle stesse intenzioni di Borrelli – il filo rosso che aveva collegato momenti diversi della storia nazionale, in cui il popolo italiano era riuscito a ritrovare la propria dignità con un atto d’impegno collettivo e ad uscire dalla catastrofica crisi in cui la propria classe dirigente lo aveva colpevolmente portato.

Il coraggio di ripartire

Anche in Europa c’è un filo rosso, una linea ideale che collega l’aspirazione alla fratellanza universale nata dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale, con la vocazione alla libertà frutto della vittoria sul nazifascismo nel 1945.

Si tratta di un percorso ancora in svolgimento e non privo di contraddizioni, che oggi vede il Continente europeo impegnato in una decisiva resa dei conti sulla sopravvivenza della UE.

Ancora non è chiaro come andrà a finire.

Molto dipenderà dalle scelte che la UE farà per sostituire la politica dell’austerità seguita fino ad oggi, con un sistema di investimenti in grado di rilanciare le imprese negli Stati membri e ridurre la disoccupazione. Si vedrà poi come la UE affronterà il drammatico problema del flusso di migranti che voglio venire in Europa per salvarsi la vita e se riuscirà a gestirlo fin dal nascere nei paesi di provenienza, ammesso che sia possibile.

In ogni caso, se la UE vorrà essere in grado di superare gli svariati ostacoli che ha sulla sua strada – non ultimo la minaccia del terrorismo islamico -, dovrà avere il coraggio di ripartire dalle sue origini, recuperando lo spirito “nazionale” e “popolare” di Gobetti e di Gramsci, il pragmatismo democratico dei fratelli Rosselli – vittime del fascismo europeo – e la progettualità federalista di Rossi, Spinelli e Colorni.

E, probabilmente, dovrà trovare anche il coraggio di non vergognarsi delle sue origini spirituali, come invece è accaduto in passato quando, per un eccessivo scrupolo laicista, non se ne è fatto riferimento nella Carta costituzionale europea poi bloccata dal referendum in Francia e Olanda.

Insomma, l’Unione dovrà ripartire con il suo bagaglio di valori ideali, morali e spirituali, anche a costo di perdere qualche pezzo com’è accaduto con la “Brexit”, e cambiare stile per farsi capire meglio di quanto non abbia fatto fino ad oggi con gli incomprensibili acronimi, gli ostici tecnicismi e i burocratici formalismi ai quali ci ha abituati.

In altre parole dovrà farsi capire di più per essere maggiormente amata, ma dovrà anche essere più efficace, dotandosi di un dicastero economico sovranazionale e di una difesa europea (elementi sui quali la UE sta in effetti discutendo) e più credibile, rafforzando l’autorevolezza delle sue Istituzioni e rendendole più democratiche con l’elezione diretta, per esempio facendo eleggere il Presidente europeo direttamente dai cittadini degli Stati membri, un po’ come accade per il Presidente degli Stati Uniti d’America (ma di questo la UE ancora non discute).

E poi, per asciugare l’acqua dove nuotano i populisti di destra e di sinistra in modo da superare l’Euro scetticismo e combattere la minaccia terroristica,5 l’Unione dovrà tornare a una Nuova Ideale Resistenza Europea, “non come restaurazione – per dirla con Bobbio – ma come innovazione”,6 facendo una ferma opposizione all’egoismo nazionalista e al potere tecnocratico che hanno preso il sopravvento, avviando un processo dinamico di ampia e orgogliosa partecipazione popolare per dare al Continente europeo un futuro di maggiore benessere e stabilità sociale – auguratamente sostenuto da una Carta costituzionale europea che non sia un mero accordo tra diplomazie nazionali, ma l’atto fondativo di una Nuova Unione Europea -, nell’auspicabile continuità della stagione di pace che è stata inaugurata con la vittoria della Resistenza sul nazifascismo.

Ma perché si possa veramente ripensare la UE in modo Nuovo, e affinché sia possibile arginare la destra razzista e xenofoba – comunque sia camuffata –, oramai presente nella maggior parte dei Parlamenti d’Europa e arrivata anche oltre oceano alla “Casa Bianca”, sarà necessario sperare nei giovani.

Auguriamoci che le ragazze e i ragazzi nati in Europa, di cultura e vocazione europea – coetanei di Valeria Solesin vittima del terrorismo, e di Giulio Regeni vittima del fascismo -, abbiano voglia di realizzare i loro sogni e prendano in mano il loro futuro e quello dell’Europa. Con l’auspicio, dunque, che tutti – giovani e meno giovani – tornino alla Politica con passione e come servizio pubblico da fare nelle istituzioni democratiche, nelle scuole, nei partiti politici, nelle associazioni culturali, ricreative, sociali e via dicendo, ciascuno con le proprie capacità, tante o poche che siano, ma tutti con l’altruismo, la tenacia e la perseveranza che le donne e gli uomini della Resistenza seppero mettere nella battaglia per la libertà.

Alessandro Sardelli

 

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