Antifascismo e Unione Europea

Prologo

L’antifascismo è nato in Italia negli anni Venti del Novecento. Nasce durante la crisi che investe lo Stato italiano dopo la Prima Guerra Mondiale, come alternativa a un movimento – il fascismo – caratterizzato dall’uso della violenza, dall’organizzazione militarizzata e dall’ideologia nazionalista e totalitaria.

Antifascisti della prima ora furono uomini e donne provenienti da differenti ceti sociali, di diversa cultura e appartenenti a distinte fedi politiche e religiose: liberali, socialisti, comunisti, cattolici, protestanti, ebrei accomunati in una opposizione caratterizzata però da forti e continue divisioni, che favorirono la presa del potere da parte dei fascisti. E l’antifascismo italiano, dopo il forzato scioglimento dei partiti antifascisti e l’instaurazione dello “Stato di polizia” (1925-26), ebbe i suoi rappresentanti perseguitati, uccisi o incarcerati, e fu destinato a scomparire o relegato a diventare una forma di opposizione marginale, più sociale che politica, salvo la componente meglio organizzata degli antifascisti – in prevalenza comunisti – che scelsero di scendere in clandestinità.

Nasceva così, sempre in Italia, la lunga stagione della Resistenza, che via via diventerà negli anni Trenta, con la progressiva fascistizzazione degli altri paesi d’Europa centrale (Norvegia, Belgio, Austria, Germania, Spagna, Portogallo, Grecia), un fenomeno europeo di opposizione al fascismo e al nazismo che troverà ben presto, non solo in Italia – specialmente quando saranno evidenti le intenzioni espansionistiche del nazismo -, l’adesione anche della generazione nata sotto al fascismo che sceglierà, soprattutto quando sarà più evidente l’alleanza con il nazismo, di partecipare alla Resistenza come fenomeno non più solo di opposizione ideale e politica, ma anche come attività militare.

Tuttavia la vittoria sul nazifascismo non sarà solo un evento militare; sarà l’elemento fondante di una “rinascita” che coinvolgerà tutto il mondo liberato dall’incubo nazista, specialmente dei paesi che avevano generato il fascismo e il nazismo: Italia e Germania.

Dopo il 1945 si diffonde in tutto il mondo e in particolare nel cuore dell’Europa, nonostante il delinearsi della contrapposizione tra blocchi politici diversi e la nascita della “Guerra fredda”, una ventata ideale di pacifismo internazionalista. Nei singoli paesi dell’Europa centrale si affermeranno governi che garantiranno assetti sociali democratici, fondati sui principi e i valori che erano stati alla base dell’antifascismo e della Resistenza. L’idea di un antifascismo etico, in grado di garantire il non ritorno della follia nazifascista, costituirà la base su cui sarà fondata l’idea di una “nuova democrazia europea” e permetterà l’avvio del processo d’integrazione fra gli Stati d’Europa.

Percorso ad ostacoli

Un primo risultato del processo d’integrazione europea sarà raggiunto nel 1949 con il trattato di Londra, costituendo il Consiglio d’Europa tutt’ora esistente come struttura internazionale distinta dall’Unione Europea.

Fu per l’Europa il primo passo di un percorso che si rivelerà ben poco lineare e non sempre efficace, la cui ritrovata identità antifascista sarà pesantemente condizionata dalla realpolitik dei blocchi contrapposti: da un lato quello orientale e “comunista”, guidato dall’URSS; dall’altro quello occidentale e “democratico”, guidato dagli USA.

Una contrapposizione geopolitica che durerà fino al novembre 1989, quando finisce la funzione deterrente del “muro di Berlino” che aveva condizionato la politica nazionale di tutti i paesi d’Europa, per i quali le relazioni internazionali erano state prevalentemente di carattere economico. Come quando nasce a livello europeo, nel 1958, un’altra struttura internazionale: la Comunità Economica Europea (CEE), che andrà ad affiancare il Consiglio d’Europa. 2 E da quel momento il percorso per realizzare l’auspicata Confederazione degli Stati d’Europa è come se imboccasse due strade diverse e non sempre parallele: una per sostenere i diritti umani, rafforzare la stabilità democratica degli Stati partecipanti e favorire lo sviluppo dell’identità culturale europea; l’altra dedicata allo scambio fra i paesi d’Europa di merci e rapporti commerciali. E sarà immediatamente chiaro che la contrapposizione geopolitica di quegli anni, con la divisione imposta alla Germania in due realtà politico-amministrative separate, rappresenterà un vero e proprio macigno sulla strada dell’integrazione politica fra gli Stati d’Europa.

Così la politica d’integrazione fra gli Stati d’Europa procederà anche negli anni successivi senza una vera pianificazione, ma seguendo un processo più empirico che ragionato, irto di deviazioni e blocchi, come accadrà con la repressione sovietica della rivolta in Ungheria nel 1956 e con l’occupazione della Cecoslovacchia da parte del Patto di Varsavia nel 1968 che saranno laceranti momenti di divisione della coscienza collettiva europea. In tale contesto di contrapposizione l’antifascismo diventa un parametro per interpretare la politica nazionale dei paesi d’Europa, dove la discriminate non è più tra fascisti e antifascisti, ma tra comunisti e anticomunisti.3

E mentre i paesi dell’Europa orientale saranno schierati con l’URSS e la discriminate tra fascismo e antifascismo diventerà quella tra capitalismo e anticapitalismo, negli Stati Uniti d’America la difesa della democrazia diventerà lotta aperta al comunismo internazionale.

Accadrà allora che nei paesi dell’Europa occidentale l’antifascismo unitario, che aveva reso possibile la vittoria sul nazifascismo, regredisca ad essere una scelta ideologica con cui valutare l’appartenenza ai partiti politici divisi tra destra e sinistra. E la stessa struttura organizzativa che andrà a configurarsi in Europa come riferimento degli Stati nazionali risponderà sempre più a requisiti di carattere burocratico anziché politico ed ideale. Mentre l’appartenenza alla comune matrice antifascista sarà messa in discussione negli stessi paesi dove il nazismo e il fascismo erano nati: Germania e Italia.

Nella parte comunista della Germania l’antifascismo assumerà la connotazione dell’antimperialismo, in contrapposizione con l’anticomunismo della Germania occidentale. L’antagonismo tra le due realtà separate della Germania condizionerà per trent’anni le relazioni internazionali e l’affermazione di un’identità europea nata dall’antifascismo. E l’opposizione interna alla Germania Est, presente anche negli altri paesi del blocco sovietico con la presenza di dissidenti, specialmente intellettuali, che denunceranno il dispotismo della società comunista, sarà considerata dall’opinione pubblica occidentale una nuova forma di Resistenza.

In Italia un’ampia parte della società si schiererà, dopo la fase costituente e le elezioni politiche del 1948, su posizioni anticomuniste, considerando l’antifascismo come il prodotto propagandistico dei comunisti. E anche la Resistenza sarà ideologizzata e rifiutata con lo scopo di emarginare i comunisti e mettere in secondo piano i valori democratici che erano stati alla base dell’antifascismo storico, quello che aveva formato la nuova classe dirigente dell’Italia repubblicana.

Seguiranno in Italia anni di radicali epurazioni sui posti di lavoro di quadri sindacali e appartenenti ai partiti di sinistra, fra cui molti ex partigiani, con l’emarginazione politica del Partito Comunista Italiano e la decisione nel 1960 di realizzare un Governo con l’appoggio esterno del Movimento Sociale Italiano, partito politico d’ispirazione dichiaratamente fascista, che susciterà una rivolta popolare di ampie dimensioni con duri scontri tra polizia e manifestanti nelle maggiori città d’Italia.4

Per opporsi alla repressione antidemocratica prendeva consistenza nell’Italia nei primi anni Sessanta del Novecento un ampio fronte di opposizione alla regressione autoritaria messa in atto da una parte della classe dirigente, coinvolgendo comunisti, socialisti, radicali, liberali, cattolici di sinistra che daranno vita a una nuova opposizione antifascista coniando la definizione di “Nuova Resistenza”.

Integrazione senz’anima

Ma negli anni Sessanta del secolo scorso le cose stavano cambiando anche a livello europeo e mondiale. L’economia internazionale era in crescita e la Comunità europea iniziava a fare accordi con i paesi membri per aumentare la produzione agricola, favorire lo scambio delle merci e la circolazione delle persone. Iniziava il “Boom economico”, ma anche la guerra in Vietnam e la contestazione giovanile che con i moti studenteschi del maggio 1968 inciderà profondamente nella società europea e nei costumi di tutto il mondo occidentale. Da questo momento inizia un periodo significativo per l’espansione dei rapporti economici e culturali europei, con la fine dei regimi fascisti in Spagna e nel Portogallo e con l’adesione di nuove realtà nazionali al progetto europeo, ma sarà anche l’inizio della crisi energetica mondiale e degli anni del terrorismo in Europa, che in Germania e Italia saranno definiti, “anni di piombo”. E se da un lato l’Europa vedrà consolidarsi la sua politica economica comunitaria con la stipulazione di numerosi trattati, sul versante politico il percorso d’integrazione nazionale sarà meno deciso e molto più lungo, tanto è vero che solo nel 1979 il Parlamento europeo potrà essere eletto a suffragio universale e che per rilanciare l’idea di un’unione politica dell’Europa si dovrà attendere la riunificazione della Germania nel 1990. Tuttavia, anche quando il momento storico poteva essere favorevole per dare una spinta all’integrazione fra le nazioni d’Europa, si verifica una accelerazione a vuoto, come accade a un’automobile con la frizione bruciata, e la stessa formalizzazione dell’Unione Europea (UE), avvenuta nel 1993 con il trattato di Maastricht, realizza un’organizzazione sovranazionale che sarà percepita dalle popolazioni degli Stati membri come una struttura sostanzialmente burocratica e senz’anima. E per dare un’identità all’UE a ben poco serviranno le iniziative per inventarsi dei simboli europei di riferimento – la bandiera, l’inno, il motto –, la cui utilizzazione cadrà nell’indifferenza generale e sarà comunque recepita dalla popolazione europea come un elemento estraneo e lontano dalla vita quotidiana.

Non per nulla negli anni Duemila l’approccio all’Europa come realtà politica sarà caratterizzato dal risorgere dei nazionalismi che metteranno in soffitta l’idea originaria di una Unione Europea federalista. A questo appuntamento europeo con il nazionalismo di ritorno, favorito dai governi di destra presenti nei paesi ex comunisti entrati a far parte dell’UE nel 2004, Germania ed Italia arrivano con situazioni politiche ed economiche molto diverse.

La Germania ci arriva consolidata dalla riuscita integrazione delle due parti economicamente e ideologicamente contrapposte in cui era stata divisa e in grado d’esprimere una nuova identità democratica che gli consente di riscattare il tragico passato nazista e d’esercitare una indiscussa leadership nel progetto di costituzione dell’UE.

Mentre l’Italia arriva all’appuntamento europeo degli anni Duemila stremata da una mancata pacificazione tra “fascisti” e “antifascisti”, iniziata fin dai primi anni della Repubblica e poi continuata nel drammatico periodo della “strategia della tensione” e del terrorismo di destra e di sinistra che bloccherà nel Paese qualsiasi possibilità di rinnovamento politico. E se la denazificazione nelle due Germanie e poi nell’attuale Germania porterà, dopo un iniziale periodo di shock collettivo, a una sostanziale ammissione di colpa da parte del popolo tedesco di quanto

causato dal Terzo Reich applicando una drammatica epurazione e una legislazione molto severa per reprimere il reato di apologia del nazismo, in Italia non ci sarà mai una drastica e profonda defascistizzazione dello Stato e specialmente del suo apparato amministrativo, optando per una troppo indulgente epurazione della classe dirigente compromessa con il regime fascista di Roma e di Salò. Forse perché in Italia si preferì non criminalizzare eccessivamente un’intera fase della storia nazionale scegliendo un rinnovamento politico graduale e senza traumi, ma di fatto senza mai chiudere i conti con quel passato fascista che, con lucidità profetica, Piero Gobetti aveva indicato come “autobiografia della nazione”1

D’altra parte la storia d’Italia è caratterizzata da un’antica ribellione contro lo Stato nazionale, la cui influenza nella lotta politica è tutt’oggi evidente. Stiamo infatti assistendo, da almeno vent’anni, a un processo di svilimento delle istituzioni rappresentative dello Stato italiano, che non ha paragoni in tutta Europa e che ricorda, molto da vicino, l’opera di demolizione dello Stato liberale condotta dal fascismo negli anni Venti del secolo scorso.

Inoltre è ancor oggi largamente diffuso in Italia, più che in altri paesi d’Europa, un fenomeno caratteristico del regime fascista: la corruzione.

Non che il fenomeno della corruzione non esista nelle società democratiche, le quali hanno comunque degli anticorpi per combatterla, ma è solo nei regimi totalitari – fra essi il fascismo -, che la corruzione diventa un fenomeno intrinseco al regime stesso. Nonostante ciò, quando si parla della violenza usata dal fascismo per imporsi e mantenere il potere, non sempre si prende nella dovuta considerazione la violenza disgregatrice insita nel fenomeno della corruzione e del malaffare.2 E non sarebbe superfluo dare maggiore rilevanza a questo aspetto caratteristico del fascismo, magari lanciando anche a livello europeo una efficace lotta al malaffare come una Nuova Resistenza di tipo etico.

L’identità minacciata

Per adesso la UE si è impegnata nella lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione istituendo un Ufficio europeo appositamente dedicato alla lotta antifrode (OLAF) e avendo emanato disposizioni, procedure e raccomandazioni per combattere corruzione e frodi negli Stati membri. Ma, forse, avrebbe potuto fare di più. Magari migliorando il recepimento e l’applicazione delle norme europee a livello nazionale e incrementando la cooperazione tra autorità nazionali e sovranazionali. Ma più che altro vigilando su quei fenomeni di evasione fiscale la cui denuncia è costata la vita alla giornalista Daphine Caruan Galizia. Anche perché la corruzione e il malaffare sono problemi etici che affliggono, se pur in misura diversa, tutti gli Stati membri dell’UE – anche se c’è maggiore preoccupazione per l’Italia, la Grecia e i paesi dell’ex cortina comunista -, con un costo sull’economia europea valutato in circa 120 miliardi di euro all’anno, e rappresentando un pericoloso fattore di disgregazione sociale che può diventare una vera e propria minaccia per la tenuta dell’UE. Inoltre se la UE non investirà abbastanza nella condivisione dei principi etici che avevano ispirato l’idea di Confederazione nel ’45, in modo da implementare negli Stati membri comportamenti ispirati all’etica sociale e alla “buona politica”, si favorirà di fatto il sorgere dei movimenti populisti e neofascisti contrari all’Europa come Comunità non solo economica ma sociale e politica. E se la UE continuerà a pretendere il rigore solo come terapia economica, senza nemmeno valutare le difficoltà economiche e sociali degli Stati membri, rischierà di minare ancor più la sua unità politica e la sua stessa identità.

Diversi sono stati i fattori che hanno determinato la minaccia di disgregazione dell’identità europea. Mi limito a segnalare: la globalizzazione selvaggia, la crisi economica prodotta da un modello di sviluppo iniquo ed ecologicamente non sostenibile, il flusso migratorio senza precedenti e fuori controllo proveniente dall’Africa e dal Medio Oriente, la guerra che è stata dichiarata dal terrorismo islamico alla democrazia europea e mondiale. Dunque un insieme di elementi in grado d’innescare un processo di disgregazione che riguarda tutti i governi e i partiti politici degli Stati membri dell’UE e non solo. Ne viene fuori un panorama preoccupante con la presenza in molti paesi d’Europa, fra cui l’Italia, di organizzazioni dichiaratamente fasciste, con l’esistenza in molti paesi europei di governi di destra o nazionalisti, con la presenza sul Web di migliaia di siti apertamente ispirati al fascismo o al nazismo e riproducenti la loro simbologia.3

Se poi guardiamo il panorama italiano – quello che ci riguarda più da vicino -, vediamo che in Italia lo spirito della Resistenza non è mai diventato patrimonio culturale della Nazione. Probabilmente perché alla classe dirigente forgiata nella lotta antifascista è subentrata una classe dirigente formata da pochi politici e amministratori pubblici dediti alla “buona politica”, più spesso formata da uomini di partito nati e cresciuti in batteria “come polli d’allevamento”: mediocri, autoreferenziali, quasi sempre clientelari e spesso – salvo le dovute eccezioni -, corrotti. Inoltre, nell’amministrazione statale italiana è sempre prevalsa, a differenza degli altri paesi europei, una burocrazia poco efficace dal punto di vista tecnico-gestionale e refrattaria a qualsiasi cambiamento. Per non dire dell’attuale classe politica, subentrata a quella della Prima Repubblica – che è stata pur sempre quanto di meglio l’Italia abbia avuto -, caratterizzata, sia a destra sia a sinistra, da pochi politici bravi e da molti atteggiamenti quasi esclusivamente propagandistici, con la presenza di gruppi politici, anche parlamentari, che spesso hanno assunto posizioni dichiaratamente anti istituzionali, sfoggiando un’inusitata violenza verbale nella presentazione di proposte quasi sempre semplicistiche e di una sottocultura imbarazzante.

Non può quindi stupire che in tale contesto di svilimento dello spirito unitario della Nazione, anche l’idea di Patria e il senso di appartenenza allo Stato si siano persi nell’indifferenza generale. E’ stato quindi facile fare accettare a una distratta opinione pubblica insulse semplificazioni come fossero atti di ottimizzazione e modernizzazione dello Stato. Basterebbe ricordare, per fare solo qualche esempio, come sia stato deciso nel 1976 di abolire la Parata militare del 2 giugno in occasione della Festa della Repubblica e che l’anno successivo, per non perdere un giorno di lavoro, la Festa sia stata spostata alla prima domenica di giugno; che nell’anno scolastico 1990-91, per risparmiare sulla spesa pubblica, si sia deciso di eliminare l’insegnamento della Educazione Civica, adducendo che in una società “evoluta” tale insegnamento non fosse più necessario; che nel 2001, per omologare i lavoratori del pubblico impiego ai lavoratori privati, sia stato eliminato il rituale per giurare fedeltà allo Stato da parte degli impiegati pubblici. Si dirà che sono state rimozioni di nessuna importanza. In realtà sono stati interventi molto dannosi sul piano culturale. Basta considerare il danno che ha fatto la eliminazione dell’insegnamento dell’Educazione Civica nelle scuole (mai reinserito, nonostante alcuni tentativi), di cui oggi vediamo il risultato con la dilagante mancanza di senso civico e di appartenenza allo Stato presente in larga parte dei cittadini italiani.

Per individuare un argine alla crisi etica ed identitaria della Nazione bisogna andare agli interventi realizzati dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi – che non per nulla aveva fatto la Resistenza nelle formazioni di “Giustizia e Libertà” -, quando durante il suo settennato è intervenuto con decisione per ridare valore ad alcuni aspetti simbolici della Nazione, rivalutando la Festa della Repubblica con Parata militare il 2 giugno di ogni anno, aprendo il Quirinale ad incontri con i cittadini e tenendo nelle manifestazioni pubbliche un comportamento così genuinamente patriottico – con semplici atti, si badi bene, come baciare la bandiera o cantare l’Inno Nazionale con sincera emozione -, da essere molto apprezzato dagli italiani e da fare in modo che diversi di loro tornassero ad avere un attaccamento all’idea di Patria e con esso a recuperare quel senso di appartenenza alla Nazione che stava scomparendo.

Per altri versi anche gli ideali che guidarono la Resistenza al fascismo storico non sono diventati quel patrimonio culturale collettivo che avrebbero dovuto essere. E anche l’intenzione di dar vita negli anni Sessanta a una Nuova Resistenza doveva fare i conti con una realtà politica perennemente conflittuale, divisa tra una destra geneticamente fascista, che non saprà mai diventare affidabilmente democratica, e una sinistra autolesionista che non saprà mai diventare una forza politicamente attraente per essere maggioritaria.

E anche se successivamente, negli anni Settanta, tornerà ad affacciarsi l’idea di una Nuova Resistenza, il progetto subirà il pregiudizio della Resistenza tradita che attecchirà specialmente nella sinistra extra parlamentare, nelle cui fila nascerà il mito di quella Resistenza armata che condizionerà le scelte individuali di alcuni militanti (ma non di tutti!), che passeranno alla lotta armata dando vita alla tragica stagione del terrorismo di sinistra.

Ma proprio quando il Paese sarà più disorientato e la fiducia nei partiti politici e nelle istituzioni sembrerà essere sul punto di scomparire, avviene nell’opinione pubblica italiana un moto di ribellione morale indirizzato contro lo stragismo politico e mafioso, che aveva colpito uomini delle istituzioni ma anche comuni cittadini, e contro il malaffare della politica, che era stato fatto emergere specialmente dall’inchiesta “Mani Pulite”, facendo nascere alla fine degli anni Novanta un movimento di impegno civile che farà tornare di attualità lo slogan “Nuova Resistenza”, rilanciato nel 1997 dalla pubblicazione di un polemico libro di Nando Dalla Chiesa 4 e nel gennaio 2002 da un memorabile discorso di Francesco Saverio Borrelli, Procuratore della Repubblica di Milano, che durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, incitò platealmente alla Resistenza concludendo la sua prolusione di denuncia della legalità offesa con un reiterato e suggestivo «resistere, resistere, resistere». Un incitamento a «resistere» che più che altro fu uno schiaffo alla classe politica di allora e che procurò una grande emozione nella opinione pubblica. Tanto che furono in molti ad associare l’esortazione del Procuratore Borrelli – uomo di formazione liberale che aveva ripreso l’espressione «resistere» dal discorso fatto alla Camera dei Deputati da Vittorio Emanuele Orlando dopo la disfatta di Caporetto -, alla scelta di opporsi al nazifascismo con la Resistenza, facendo così emergere – forse al di là delle stesse intenzioni di Borrelli – il filo rosso che aveva collegato momenti diversi della storia nazionale, in cui il popolo italiano era riuscito a ritrovare la propria dignità con un atto d’impegno collettivo e ad uscire dalla catastrofica crisi in cui la propria classe dirigente lo aveva colpevolmente portato.

Il coraggio di ripartire

Anche in Europa c’è un filo rosso, una linea ideale che collega l’aspirazione alla fratellanza universale nata dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale, con la vocazione alla libertà frutto della vittoria sul nazifascismo nel 1945.

Si tratta di un percorso ancora in svolgimento e non privo di contraddizioni, che oggi vede il Continente europeo impegnato in una decisiva resa dei conti sulla sopravvivenza della UE.

Ancora non è chiaro come andrà a finire.

Molto dipenderà dalle scelte che la UE farà per sostituire la politica dell’austerità seguita fino ad oggi, con un sistema di investimenti in grado di rilanciare le imprese negli Stati membri e ridurre la disoccupazione. Si vedrà poi come la UE affronterà il drammatico problema del flusso di migranti che voglio venire in Europa per salvarsi la vita e se riuscirà a gestirlo fin dal nascere nei paesi di provenienza, ammesso che sia possibile.

In ogni caso, se la UE vorrà essere in grado di superare gli svariati ostacoli che ha sulla sua strada – non ultimo la minaccia del terrorismo islamico -, dovrà avere il coraggio di ripartire dalle sue origini, recuperando lo spirito “nazionale” e “popolare” di Gobetti e di Gramsci, il pragmatismo democratico dei fratelli Rosselli – vittime del fascismo europeo – e la progettualità federalista di Rossi, Spinelli e Colorni.

E, probabilmente, dovrà trovare anche il coraggio di non vergognarsi delle sue origini spirituali, come invece è accaduto in passato quando, per un eccessivo scrupolo laicista, non se ne è fatto riferimento nella Carta costituzionale europea poi bloccata dal referendum in Francia e Olanda.

Insomma, l’Unione dovrà ripartire con il suo bagaglio di valori ideali, morali e spirituali, anche a costo di perdere qualche pezzo com’è accaduto con la “Brexit”, e cambiare stile per farsi capire meglio di quanto non abbia fatto fino ad oggi con gli incomprensibili acronimi, gli ostici tecnicismi e i burocratici formalismi ai quali ci ha abituati.

In altre parole dovrà farsi capire di più per essere maggiormente amata, ma dovrà anche essere più efficace, dotandosi di un dicastero economico sovranazionale e di una difesa europea (elementi sui quali la UE sta in effetti discutendo) e più credibile, rafforzando l’autorevolezza delle sue Istituzioni e rendendole più democratiche con l’elezione diretta, per esempio facendo eleggere il Presidente europeo direttamente dai cittadini degli Stati membri, un po’ come accade per il Presidente degli Stati Uniti d’America (ma di questo la UE ancora non discute).

E poi, per asciugare l’acqua dove nuotano i populisti di destra e di sinistra in modo da superare l’Euro scetticismo e combattere la minaccia terroristica,5 l’Unione dovrà tornare a una Nuova Ideale Resistenza Europea, “non come restaurazione – per dirla con Bobbio – ma come innovazione”,6 facendo una ferma opposizione all’egoismo nazionalista e al potere tecnocratico che hanno preso il sopravvento, avviando un processo dinamico di ampia e orgogliosa partecipazione popolare per dare al Continente europeo un futuro di maggiore benessere e stabilità sociale – auguratamente sostenuto da una Carta costituzionale europea che non sia un mero accordo tra diplomazie nazionali, ma l’atto fondativo di una Nuova Unione Europea -, nell’auspicabile continuità della stagione di pace che è stata inaugurata con la vittoria della Resistenza sul nazifascismo.

Ma perché si possa veramente ripensare la UE in modo Nuovo, e affinché sia possibile arginare la destra razzista e xenofoba – comunque sia camuffata –, oramai presente nella maggior parte dei Parlamenti d’Europa e arrivata anche oltre oceano alla “Casa Bianca”, sarà necessario sperare nei giovani.

Auguriamoci che le ragazze e i ragazzi nati in Europa, di cultura e vocazione europea – coetanei di Valeria Solesin vittima del terrorismo, e di Giulio Regeni vittima del fascismo -, abbiano voglia di realizzare i loro sogni e prendano in mano il loro futuro e quello dell’Europa. Con l’auspicio, dunque, che tutti – giovani e meno giovani – tornino alla Politica con passione e come servizio pubblico da fare nelle istituzioni democratiche, nelle scuole, nei partiti politici, nelle associazioni culturali, ricreative, sociali e via dicendo, ciascuno con le proprie capacità, tante o poche che siano, ma tutti con l’altruismo, la tenacia e la perseveranza che le donne e gli uomini della Resistenza seppero mettere nella battaglia per la libertà.

Alessandro Sardelli

 

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EX LIBRIS

     

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Bibliografia di Alessandro Sardelli dal 1979 al 1987

1987

23. Il teatro Goldoni e gli annessi edifici e giardini.  In ‘L’Oltrarno’, suppl. a ‘Welcom to Florence’, n.2 (1987), pp.3-4

22. Sogno e realtà. Documenti inediti sulla presenza di E.G.Craig a Firenze. In ‘Quaderni di teatro’, n.36 (1987), pp.20-40

21. Le raccolte di materiale speciale della Biblioteca nazionale centrale di Firenze. In ‘Accademie e biblioteche d’Italia’, n.3 (1987), pp.19-23

20. La letteratura grigia alla Biblioteca nazionale centrale di Firenze. In ‘Bollettino d’informazioni dell’Associazione Italiana Biblioteche’, NS, n.3-4 (1987), pp.391-395

19. Il programma TINmin per la letteratura grigia. Coautore Rossella Todros. In ‘Bollettino d’informazioni dell’Associazione Italiana Biblioteche’, NS, n.3-4 (1987),pp.463-464

1986

18. Le delizie goldoniane. In ‘Time off’, 1 (1986), n.1, pp.12-13

17. Scene di Maggio. In ‘Time off’, n2 (1986), p.10

16. The delights of the Goldoni. Part.1^.  In ‘Time off’, n.3 (1986), p.28

15. Il lato grottesco del potere. In ‘Time off’, n.4 (1986), p.9

14. The delights of the Goldoni. Part.2^. In ‘Time off’, n.4 (1986), p.39

13. Mai più alluvionati. In ‘Time off’, n.8 (1986), p.9

12. L’arte del Mascarà. In ‘Time off’, n.9 (1986), p.20

1985

11. Amministrazioni. Sezione bibliografica. In Bibliografia dell’economia e della società lombarda: 1900-1945. A cura di Duccio Bigazzi. Milano, Editrice Bibliografica, 1985, pp.399-427

10. Edward Gordon Craig a Firenze: l’utopia possibile. In ‘Quaderni di teatro’, n.27 (1985), 113-133

9. Cataloghi e listini commerciali alla Biblioteca nazionale., In ”bit”, n.6 (1985), p.14

8. Il materiale minore e il Servizio Bibliotecario Nazionale. Ipotesi di trattamento e di automazione. Coautore Rossella Tordos. Firenze, Associazione Italiana Biblioteche, 1985, p. 63

1984

  1. Società, enti e istituzioni del cuneese dal 1870 al 1945. In  ‘Notiziario dell’Istituto storico della resistenza in Cuneo e Provincia’, n.25 (1984), pp.47-163

1983

6. Documenti storici minori nella Biblioteca nazionale centrale di Firenze. In ‘Accademie e biblioteche d’Italia’, n.3 (1983), pp.209-22

1981

5. Statuti e regolamenti di società di spettacolo nella Biblioteca nazionale centrale di Firenze. In ‘Quaderni di teatro’, n.12 (1981), pp.201-212

4. Società ricreative, sportive e di spettacolo. Un repertorio inedito per la Provincia di Brescia (1870-1927). In ‘Studi bresciani’, n.4 (1981), pp.115-125

1980

3. I libri del teatro. Coautori Enrica Benini e Giuseppe Ferrini. In Libro e spettacolo. Firenze, Fortezza da Basso, 24 maggio – 1° giugno 1980. Fiesole, Casalini Libri, 1980, pp.1-56.

1979

2. Appunti per una storia del teatro fascista: I. Fascismo e origini del teatro di regime II. L’organizzazione teatrale ‘di massa’ a Firenze (1925-35), in ‘Città & Regione’, n.5 (1979), pp.122-154

1. L’ideologia del teatro vernacolare, in ‘Città & Regione’, n.10-11 (1979), pp.176-182

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Bibliografia di Alessandro Sardelli dal 1988 al 1999

1999

47. La Qualità Totale nella formazione del personale. un’ipotesi di lavoro della BNCF. Coautore Antonia Ida Fontana. In Bibliotecario del 2000. A cura di Ornella Foglieni. Milano, editrice Bibliografica, 1999. p.163-169

46. ISO 9000: tecnica della qualità e biblioteche. In ”Biblioteche oggi”, 17(1999) n.6, p.50-62

45. Quando la qualità è statica. In ”Bibelot”, 5(1999) n.1, p7

44. Trovare l’anima. In ”Bibelot”, 5(1999) n.3, p.1 e 16

 La ‘cultura del servizio’ e le biblioteche italiane. Intervista [a Paul Ginsborg] a cura di Elisabetta Francioni e Alessandro Sardelli. In ”Bibelot”, 5(1999) n.3 p.8-11

1998

43. Biblioteche pubbliche e biblioteche di qualità. In ”Bibelot”, n.1 (1998), p.8

42. Attivo Aib all’Universitaria di Pisa. In ”Bibelot”, n.2 (1998), p.3

41. Associazionismo in Toscana fra Ottocento e Novecento. Banca dati: introduzione e guida all’immissione dei dati. A cura di Luigi Tomassini e Alessandro Sardelli. Firenze, 1998

1997

40. La biblioteca e i suoi documenti. Manuale teorico-pratico ad uso dei volontari. Coautori Maria Pia Bertolucci, Antonio Giardullo, Riccardo Ridi. Lucca, Centro Nazionale del Volontariato, 1997, 165 p.

39. Biblioteche toscane allo specchio. Considerazioni a margine di una recente indagine. In ”Biblioteche oggi” n.9 (1997), pp.50-53.

38. Editoriale. In ”Bibelot”, n.2-3 (1997), p.1 e 16

37. Quando i libri fanno notizia.  In ”Bibelot”, n.2-3 (1997), p.10

1996

36. La letteratura grigia nei sistemi di qualità totale. In La letteratura grigia. 2° Convegno nazionale. Roma, 20-21 maggio 1996. Atti a cura di V.Alberani, P.De Castro Pietrangeli, D. Minutoli. Roma, Istituto Superiore di Sanità, 1996, pp. 170-176. (Istisan Congressi, 48)

1995

35. Il materiale ”minore” nelle biblioteche ecclesiastiche: criteri di gestione e di descrizione. In ”Bollettino di informazione Abei”, n.3 (1995), pp.29-42

1994

34. La raccolta di pubblicazioni minori: tipologia, ordinamento e classificazione. In Lezioni di biblioteconomia. Firenze, Edizioni Regione Toscana, 1994, pp.125-133

33. Deposito legale e produzione figurativa in Italia: un incontro mancato. In Il linguaggio della biblioteca. Scritti in onore di Diego Maltese. A cura di Mauro Guerrini. Prima Edizione. Firenze, Regione Toscana-Giunta regionale, 1994, pp.715-732. 2^ Ed.: Milano, Editrice Bibliografica, 1996, pp.220-236

1993

32. Crair a Firenze: tracce di una presenza. In Gordon Craig in Italia. Roma, Bulzoni, 1993, pp.101-110.

31. Bibliografia italiana. Coautore Gianni Isola. In Gordon Craig in Italia, Roma, Bulzoni, 1993, pp.281-301

30. Per un archivio nazionale della letteratura non convenzionale, in La letteratura grigia. 1° Convegno nazionale, Roma, 4-5 giugno 1992. Atti a cura di Vilma Alberani e Paola De Castro Pietrangeli, Roma, Istituto superiore di sanità, 1993, pp. 156-162. (Istisan Congressi, 29)

29. Il fondo delle pubblicazioni minori della Biblioteca nazionale centrale di Firenze.  In Le origini del so******mo nell’Italia centrale. Firenze, Centro editoriale toscano, 1993, pp. 247-255

28. I documenti dell’associazionismo in una classe del fondo pubblicazioni minori della Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Intruduzione. A cura di Anna Orsini, Annamaria Prota. In ‘Rassegna storica toscana’, n.1(1993), pp. 73-108

27.Rossella Todros, Manifesto. Recensione. In ‘Biblioteche oggi’, n.3(1993), pp.56-57

26. La gestione automatizzata del materiale minore. Coautori Giovanni Bergamin, Gloria Cerbai Ammannati, Dina Pasqualetti Tronconi. Roma-Milano, ICCU-Editrice Bibliografica, 1993, 62 p.

25. Le pubblicazioni minori e non convenzionali, Milano, Editrce Bibliografica, 1993, 214 p.

1992

24. I buchi grigi della catalogazione. In Tirature ’92. Milano, Baldini & Castoldi, 1992, pp.303-307

1991

23. Un profeta del palcoscenico. In ‘Firenze ieri, oggi, domani’, n.16 (1991), pp.52-55

22. La Città e il Giardino: uso pubblico di Boboli all’inizio del Novecento. In Boboli 90. Atti del Convegno internazionale. Firenze, Edifir, 1991, 2 voll., pp. 359-369

21. Chi cerca trova: biblioteche e pubblico in Italia. In ‘Passato e presente’, n.27 (1991), pp.155-163

20. Documentazione teatrale e letteratura grigia. In Informazione e documentazione. Atti del Seminario. Roma, 14 giugno 1990. Roma, Associazione Italiana Biblioteche, 1991, pp.97-102

1990

19. Il patrimonio teatrale: per un dipartimento delle arti dello spettacolo. In ‘bit’, n.26 (1990), pp.26-27

18. Boboli, un’oasi verde al servizio dei fiorentini. In ‘La Gazzetta di Firenze’, 4 settembre 1990.

17. Decorazione murale, architettura e coreografia nelle parate del Regime fascista: il caso di Firenze durante la visita di Hitler. In ‘Biblioteca teatrale’, n.s., n.19-20 (1990), pp. 189-204

1989

16. ‘When a Dream Vanishes’: Edward Gordon Craig in Florence. In ‘New Theatre Quarterly’, n.18 (1989),pp.140-151

15. La raccolta di pubblicazioni minori della Biblioteca nazionale centrale di Firenze: tipologia dei documenti, ordinamento e classificazione, ipotesi di gestione automatizzata. Materiale didattico. [Firenze, 1989], [26] p.

1988

14. Dispensa per esercitazioni di classificazione e catalogazione del materiale minore. Materiale didattico. [Firenze], 1988, [50] p.

13. Le biblioteche e la città: quale futuro? In ‘Arti e mercature’, n.3 (1988), pp.27-30

12. Guida all’archivio delle fonti minori della Biblioteca nazionale centrale di Firenze. In ‘Società e storia’, n.41 (1988), pp.727-743

11. A teatro con i Lorena, di L.Zambelli e F.Tei. Recensione. In ‘Arti e mercature’, n.5 (1988), p.81

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Bibliografia di Alessandro Sardelli dal 2000

2010

71. Pubblicazioni effimere e letteratura grigia, in Scripta volant. I volantini dal ciclostile alla rete. A cura di Marianna Tosciri e Anna Valori. Pistoia, Centro di documentazione di Pistoia, 2010, p. 9-12


2008

70.    Qualità e documentazione di sistema. In La documentazione e la scuola di qualità. A cura di Elisa Gori, Firenze, Editrice Le Lettere, 2008, p. 100-110.


2007

69.    L’opinione dell’esperto. Una risorsa da rendere fruibile. In ”Plurali”. Inserto mensile di aut&aut, Gennaio 2007, p. 1 e 3

68.   
Deposito legale: un’occasione da non perdere. In ”Biblioteche oggi”, 25 (2007), n.6. p. 5-12

67.   
Una pausa, In ”Bibelot”, 13(2007) n.1 p.1-2 Numero in formato digitale HTML e PDF <www.aib.it/aib/sezioni/toscana/bibelot.htm>

2006

66.    Una biblioteca tra storia e memoria: la ”Franco Serantini” compie 28 anni, In ”Bibelot”, 12(2006) n.3 p.12

65.    La nuova legge sul deposito legale, In ”Bibelot”, 12(2006) n.2 p.5


64.    Il coraggio di cambiare, In ”Bibelot”, 12(2006) n.1 p.1-2

2005

63.    Partecipare in rete, In ”Bibelot”, 11(2005) n.2 p.1-2

2004

62.    Il bisogno di democrazia, In ”Bibelot”, 10(2004) n.3 p.1-2

61.   
L’assenza politica, In ”Bibelot”, 10(2004) n.2 p.1-2


60.    Parlare d’Europa, In ”Bibelot”, 10(2004) n.1 p.1-2

2003

59.    Biblioteche e statistiche: quando i numeri fanno male, Intervista a Gianbruno Rivenni a cura di Alessandro Sardelli. In ”Bibelot”, 9(2003) n.2 p.6-8

58.    La guerra, la caduta del tiranno, la punta del proprio naso, In ”Bibelot” 9(2003) n. 1, p. 1 e 2

57.    La documentazione nei Sistemi di gestione per la Qualità: ovvero, leggere la qualità attraverso la presentazione dei suoi documenti. In AIDA Venti. Vent’anni di AIDA: la documentazionefra teoria e applicazioni. Atti del 7° Convegno nazionale AIDA, Roma, CNR, 2-3 ottobre 2003. A cura di Carla Basili e Domenico Bugliolo, Roma, AIDA, 2003, p. 331-342.

 

2002

56.    Fermiamo il declino, In ”Bibelot” 8(2002) n. 3, p. 1 e 2


55.   
Che fine ha fatto Visitor? In ”Bibelot” 8(2002) n. 2, p. 10

54.   
La biblioteca come processo di gestione per la documentazione. In ”U&C Unificazione & Certificazione” a. XLVI, n. 10 (2002). P-13-15

 

53.    Applicare la norma UNI EN ISO 9001:2000  nelle biblioteche, Milano, UNI, 2002. (coautori Vincenzo Bazzocchi, Giovanni Bogani, Ezio Boiani, Gianni Bonazzi, Paolo Malpezzi, Pasquale Mascia, Giovanni Mattana, Maria Morena Montagna, Mario Pettinicchio, Elisabetta Pilia, Fabio Roversi, Ellis Sada, Marisa Santarsiero, Lorenzo Thione)


2001

52.    Il caso BNCF: la prima biblioteca italiana a impostare un Sistema Qualità conforme alle ISO 9000. In L’innovazione tecnologica ed organizzativa per i servizi di biblioteca. Genova, E. S. Burioni Ricerche Bibliografiche, 2001. p. 9-17

51.   
Certificare la biblioteca: tra ISO 9000 e Sistema Qualità. In La Qualità nel sistema biblioteca. A cura di Ornella Foglieni, Milano, 2001, Editrice Bibliografica, p. 90-104

50.    Dalla certificazione alla Qualità Totale, Milano, Editrice Bibliografica, 2001.

2000
49.    Il fascino discreto della letteratura grigia: ridefinizione e ambiti di applicazione. In La letteratura grigia: politica e pratica. 3° Convegno nazionale. Roma, 25-26 novembre 1999. Atti a cura di V. Alberani e P. De Castro, Roma, Istituto Superiore di Sanità, 2000 (ISTISAN Congressi, 67)


48.    Grazie e ciao, In ”Bibelot”, 6(2000) n.1, p. 8

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Relazione al Nono Workshop ‘Teca del Mediterraneo’, Bari, 16-17 giugno 2006. Parte prima

Qualità  e oltre: cosa valgono le Biblioteche e i Centri di documentazione

0. Premessa

Non è mia intenzione elaborare un tema in modo organico, come potrei fare con una relazione, vorrei invece partire dalla mia esperienza professionale per circoscrivere l’intervento ad alcune riflessioni.

Nel 1999 ho partecipato al primo progetto di certificazione di una biblioteca pubblica in Italia. In quel periodo la certificazione dei Sistemi Qualità  in Amministrazioni pubbliche italiane non era una novità; tuttavia fino a quel momento non era stata ancora certificata una biblioteca, ma erano stati certificati enti pubblici che potevano avere al loro interno (ma non avevano necessariamente) una biblioteca: amministrazioni comunali, scuole, ospedali e via dicendo.

Il progetto a cui mi riferisco fu voluto alla fine degli anni Novanta del secolo scorso dalla Direzione Generale per i Beni Librari del Ministero per i Beni e le Attività  Culturali, che portò a sperimentare due percorsi alla qualità: uno orientato alla Customer Satisfaction, presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, e uno con l’obiettivo di realizzare un Sistema Qualità , presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e con l’ulteriore scopo di farlo certificare. Il primo percorso, quello romano, si concluse con alcuni interventi di miglioramento in quella biblioteca; mentre quello fiorentino, avendo realizzato un Sistema Qualità  conforme alle Norme ISO 9000, ottenne nel dicembre 2001 la certificazione e da quel momento è tuttora attivo e periodicamente viene verificato dall’organismo di certificazione, il Det Norske Veritas (DNV).

La riuscita dell’esperimento portato avanti a Firenze dimostrò che era possibile applicare alle biblioteche pubbliche i requisiti richiesti alle aziende private per essere affidabili. La conoscenza di quanto realizzato a Firenze, portò poco dopo l’Ente Nazionale Italiano di Unificazione (UNI) a pubblicare, nel 2002, con il coinvolgimento di alcuni bibliotecari e dell’Associazione Italiana Biblioteche (AIB), le linee guida per Applicare la norma UNI EN ISO 9001:2000 nelle biblioteche. Da allora altre biblioteche italiane hanno scelto di realizzare dei Sistemi Qualità omologandoli ai requisiti della Norma ISO 9001:2000.

Fino a questo momento non c’é un’indagine ufficiale su quante siano le biblioteche in Italia con Sistemi Qualità certificati ISO 9001, e non sappiamo neppure quante siano le biblioteche italiane che seguono percorsi orientati alla Qualità  o che fanno parte di organizzazioni che hanno un Sistema Qualità .

Per fare un primo censimento delle biblioteche certificate e di quelle che comunque sono coinvolte in percorsi orientati alla gestione della Qualità, è sorto recentemente il Coordinamento BIC (Biblioteche Italiane Certificate UNI EN ISO 9001:2000), promosso dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, dalla Biblioteca della Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna e dalla Biblioteca del Dipartimento Scienze Statistiche della Università  di Bologna, con la intenzione di creare le condizioni per un reciproco appoggio nel mantenimento e miglioramento dei rispettivi Sistemi Qualità  e per diffondere la cultura della qualità  in Italia attraverso le biblioteche.

Il contesto che ho appena descritto è caratterizzato da un grande interesse che i bibliotecari hanno dimostrato per le tecniche di gestione della Qualità, evidentemente sollecitati dal momento storico in cui stanno vivendo che li spinge a ripensare la organizzazione delle loro biblioteche. E’ sempre più evidente che la riflessione sviluppatasi negli ultimi anni, specialmente grazie ai contributi di quella che è stata definita la ‘blioteconomia gestionale’, ha portato alla consapevolezza di dover imprimere all’organizzazione bibliotecaria un cambiamento fortemente orientato al servizio; un cambiamento di prospettiva per cui le biblioteche non siano più viste soltanto come contenitori di documenti, come vuole purtroppo ancora in Italia un persistente immaginario collettivo, ma che siano organizzazioni essenzialmente in grado di fornire dei servizi bibliotecari

Questa nuova prospettiva porta ad applicare all’istituzione bibliotecaria le metodologie di gestione comunemente impiegate nelle normali organizzazioni che producono, appunto, servizi.

Oggi il valore dell’istituzione bibliotecaria non è più quello materiale identificato con i ‘tesori culturali’ posseduti, che giustificano la biblioteca come funzione ‘accessoria’ o al massimo ‘di rappresentanza’ dell’ente di riferimento, ma la biblioteca ha un valore ‘immateriale’, che è dato dall’uso che se ne fa e che deve rispondere ai bisogni di conoscenza di una collettività  che ha necessità  non tanto di una biblioteca fine a se stessa, bensì della funzionalità  dell’ente od organizzazione in cui la biblioteca è inserita.

Proprio questa diversa prospettiva porta l’istituzione bibliotecaria ad assumere un ruolo chiave nello sviluppo economico, del welfare e della gestione della conoscenza che vede nella sedimentazione e nella tutela della memoria, non un fine ma un mezzo. Si tratta di un salto culturale che è possibile fare assimilando elementi di cultura organizzativa in grado di gestire il cambiamento. I sistemi e le tecniche per la gestione della Qualità, applicati fino ad oggi nelle aziende, possono fornire un contributo in questa direzione, purché servano per andare oltre il concetto di ‘produttività’ strettamente aziendale e affermino la necessità di produrre valori immateriali e non solo profitto.

Ma stiamo andando in questa direzione? La domanda non è retorica e non è rivolta al solo ambito bibliotecario. Anche perché l’occasione di questo incontro deve farci guardare oltre le biblioteche, per capire come la Qualitè è applicata nelle altre strutture del Paese, sia pubbliche che private. Un dato diffuso dal SINCERT indica nel novembre 2005 il superamento delle 100.000 organizzazioni che hanno scelto in Italia l’adesione al modello proposto dalle Norme ISO 9000. Si tratta di un trend di crescita che ha visto in questi anni aumentare sensibilmente il numero di organizzazioni certificate, in particolare nel settore dei servizi e nella Pubblica Amministrazione. Non sono cresciute solo le certificazioni ISO 9001, ma anche le certificazioni dei Sistemi Ambientali (ISO 14001), dei Sistemi di Gestione della Sicurezza (OHSAS 18001) e le Certificazioni di Prodotto.

L’Italia si pone oggi tra i primi paesi al mondo per il rilascio di certificazioni e si trova al secondo posto per il numero di certificazioni dei Sistemi di gestione per la Qualità  (ISO 9001).

Chi vi parla è convinto dei vantaggi che si hanno con l’applicazione del Modello ISO 9000. Ho infatti applicato nelle mie attività professionali, sia la precedente edizione delle Norme ISO 9000 – quella del 1994 maggiormente orientata alle aziende -, sia l’attuale edizione, orientata ai processi e utilizzabile anche per i servizi, trovandovi sempre una grande utilità: sia dall’omologazione delle organizzazioni (leggi: biblioteche) ai requisiti della Norma ISO 9001, sia dal rapporto costruttivo che si può (si deve) instaurare con l’Organismo di certificazione. Tuttavia mi domando, il dato quantitativo che indica l’aumento esponenziale delle certificazioni in Italia, quanto è significativo per valutare l’aumento della cultura della qualità nel Paese e nelle stesse organizzazioni che si sono certificate?

In breve: quanto il modello per la certificazione del Sistema per la gestione della Qualità è utilizzato seguendo un metodo in grado di produrre il miglioramento continuo delle prestazioni?

 

1. Il metodo

In verità la stessa domanda potrei farla rispetto alle organizzazioni, pubbliche e private, che utilizzano modelli di autovalutazione, come l’Eureopean Foundation Quality Management (EFQM) e il Common Assessment Framework (CAF).

La mia impressione è che in molti casi, indipendentemente dal modello utilizzato (sia esso di autovalutazione, che di valutazione di ‘parte terza’), prevalga in molte organizzazioni un approccio alla Qualità che potrei definire ‘ideologico’. Specialmente nella Pubblica Amministrazione mi sembra ci sia una forte inclinazione a privilegiare l’implementazione nelle proprie strutture di modelli, per realizzare Sistemi Qualità (ISO 9000, EFQM, CAF), o semplicemente per elaborare prodotti correlati alla Qualità (p.e. Modelli di Carte dei servizi), piuttosto di applicare metodi in grado d’implementare nelle strutture pubbliche la Qualità, come condizione per soddisfare non solo le esigenze dei cittadini, ma anche quelle di chi lavora nelle strutture pubbliche e delle parti interessate, in una prospettiva di affermazione di valori che abbiano un impatto sociale.

Allora qui occorre fare una riflessione: l’enfasi talvolta eccessiva sull’applicazione di un ‘modello’, qualunque esso sia (ISO 9000, EFQM, CAF, Customer Satsfaction ecc.), non è di per sé garanzia di aver introdotto un approccio sistemico alla qualità , né tanto meno pro-attivo; è bensì l’indicazione di un atteggiamento spesso ideologico alla qualità, in cui il rispetto delle regole e delle norme pre-confezionate prevarica l’autonomia dell’organizzazione e delle sue parti e componenti interessate.

Questa riflessione pone un’ulteriore domanda: qual è la motivazione che spinge un’organizzazione, una collettività, o anche un gruppo di persone ad affrontare un percorso orientato alla Qualità?

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Relazione al Nono Workshop ‘Teca del Mediterraneo’, Bari, 16-17 giugno 2006. Parte seconda

Qualità  e oltre: cosa valgono le Biblioteche e i Centri di documentazione

                                        Seconda parte

 

2. Il ritmo

Normalmente le motivazioni dipendono da specifici interessi propri di ciascuna organizzazione o collettività. Credo che la collettività dei bibliotecari abbia una forte motivazione, perché ha un grande interesse a realizzare il cambiamento organizzativo nelle biblioteche, anche per valorizzare il proprio ruolo professionale.

Infatti occorre riflettere sul fatto che i Sistemi di Gestione per la Qualità, quando sono realizzati con un metodo corretto, sono degli efficaci strumenti di valorizzazione delle conoscenze individuali e della soggettività delle persone.

La partecipazione delle persone, necessaria per uno sviluppo virtuoso del Sistema Qualità , porta al recupero di conoscenze ed esperienze individuali, che fanno parte della migliore tradizione espressa dalla collettività  e che sono utili per far emergere una nuova leadership necessaria per avviare il cambiamento.

La stessa impostazione del lavoro per ‘processi’, che determina il concetto di ‘valore aggiunto’, dovrebbe essere calettata su ogni realtà  operativa, rispettando aspirazioni ed esperienze, ma anche i tempi che hanno le persone coinvolte.

In altre parole si dovrebbe gestire il cambiamento in modo sostenibile, dando grande importanza all’attività di pianificazione, ma rispettando anche i tempi necessari per capire e metabolizzare il cambiamento. Anche quando si applica un modello esterno di riferimento, si dovrebbe rispettare la cultura e il ritmo che ogni persona e organizzazione è in grado di esprimere. Non importa se sarà  un ritmo ‘lento’ o ‘rock’, importante è che sia continuo e orientato alla trasformazione di risorse in valore e quindi in risultati.

E vengo all’ultimo tema di riflessione, per andare oltre la qualità.


3. La fantasia

Perchè il meccanismo della qualità funzioni ci deve essere un motore. I giapponesi, quando hanno applicato nel secondo dopoguerra la qualità  alla loro industria, hanno individuato questo motore nella ruota di Deming, il PDCA. Il miglioramento continuo è poi diventato il motore dei Sistemi Qualità anche in occidente. Ma, ancora una volta, non possiamo applicare modelli in modo pedissequo, tanto meno se presi da tradizioni e culture tanto diverse dalla nostra. Altrimenti avremo una macchina (il Sistema Qualità ) e un motore (il PDCA) che però non saranno in grado di produrre alcun movimento. Credo che se vogliamo che questo motore funzioni e che la macchina si sposti, dovremo essere in grado di alimentare il motore con qualcosa di nostro, con qualcosa che ci appartiene. Guardiamo allora dentro di noi e alimentiamo il motore della qualità con le cose preziose di cui disponiamo, tra l’altro spesso sottovalutate, per esempio: la fantasia e la creatività. ([6])

L’approccio sistemico, gestito secondo i principi del Total Quality Management è talvolta vissuto dalle persone che operano nelle organizzazioni come una costrizione a fare delle attività grigie, piatte, inutili e quindi mortificanti. Ebbene ciò accade quando non si riesce a creare le condizioni per gestire la qualità in modo personalizzato e dinamico.

Parlare di dinamicità della qualità sembra banale. Ma non lo è in un Paese come l’Italia che è spesso ingessato e burocratico. Andare oltre la qualità significa anche superare questa condizione di blocco e fare prima di tutto un salto culturale, creando quella partecipazione collettiva che nella nostra cultura italiana e mediterranea deve essere fatta anche di fantasia. Vi garantisco che quando ciò accade, si ottengono dei risultati sorprendenti. Mi è capitato spesso di constatare che la partecipazione aumenta quando si riesce a far esprimere alle persone la propria creatività. Potrei fare molti esempi di partecipazione creativa: dall’elaborazione di procedure e istruzioni operative, alla conduzione d’indagini di Customer Satisfaction. Mi limito, in questa sede, a segnalare due prodotti che credo di potere definire ‘creativi’, elaborati presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, dallo staff che controlla uno dei processi più strategici per quella biblioteca: il processo di prevenzione per la conservazione delle raccolte. Lo staff che cura questo processo, dovendo fare della formazione agli impiegati della Biblioteca, su come si conservano e si manipolano i libri, e dovendo educare gli utenti della Biblioteca, sui danni che si possono arrecare ai libri durante il loro uso, ha pensato di farlo in modo divertente e simpatico: per lo scopo formativo ha realizzando il materiale didattico per il corso agli impiegati, accompagnandolo con vignette ironiche raffiguranti gli stessi operatori della biblioteca; per lo scopo di educare gli utenti ha predisposto delle immagini sulle regole di comportamento da installare come Screen Saver sui computer utilizzati dal pubblico. Il risultato è stato in ambedue i casi molto efficace e apprezzato. ([7])

Questo piccolo episodio è pur sempre una testimonianza di come si possono trasmettere conoscenze e regole in modo non burocratico, sfruttando la fantasia e la creatività . Avere fantasia ed essere creativi serve anche quando ci si accinge a fare cose molto serie. Pensiamo, per esempio, a quanto è importante la creatività  per il progredire della ricerca scientifica. In fondo, è la capacità di vedere le cose in modo improbabile che le rende possibili. Ed è proprio quando l’improbabile diventa possibile che si riesce a fare le scoperte, a progredire, ad andare avanti. Anche se ogni passo in avanti presuppone di dover osare e quindi anche la possibilità di sbagliare. Anzi, la ricerca scientifica progredisce solo quando osa ed è libera di sbagliare. E’ un tema questo, della gestione del rischio e dell’errore, molto complesso e che richiederebbe un’ulteriore riflessione, poiché troppo spesso in Italia, anche nella ricerca scientifica, si pensa che il successo si possa ottenere in modo scontato, senza alcun rischio e senza investimenti. Basta guardare anche vicino a noi: sappiamo quanto è difficile avere investimenti per le biblioteche e se osserviamo i convegni di studio dei bibliotecari ci accorgiamo che molto spesso prevale l’esposizione retorica e volutamente rassicurante dei successi presunti od ottenuti, piuttosto della presentazione, magari imbarazzante ma più utile, dei problemi e degli insuccessi incontrati. In fondo, anche imparare a fare un attento esame dei problemi, potrebbe servire per arricchire la miscela con cui alimentare quel motore che è necessario per portare in avanti, oltre la qualità, il Sistema Paese.

Bari, 16 giugno 2006



1 ) Uno dei primi Comuni d’Italia a confrontarsi con la certificazione ISO 9000 è stato il Comune di Cornate d’Adda in provincia di Milano. Si veda di Maurizio Ranzanici, La Pubblica Amministrazione si confronta con il Sisetma Qualità  e la certificazione ISO 9000 in ‘De Qualitate’ giugno 1999, pp. 80-83.

2 ) Si veda il nostro Il caso BNCF: la prima biblioteca italiana a impostare un Sistema Qualità  conforme alle ISO 9000 in L’innovazione tecnologica e organizzativa per i servizi di biblioteca. Genova, Burioni, 2001, ora anche in: «Bibliotime», anno IV, numero 1 (marzo 2001) <http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-iv-1/sardelli.htm>

3 ) Ente Nazionale Italiano di Unificazione, Applicare la norma UNI EN ISO 9001:2000 nelle biblioteche. Milano, UNI, 2002 (Sistemi Qualità . Linee Guida 39)

4 ) Per avere ulteriori informazioni sul Coordinamento BIC, contattare chi scrive al seguente indirizzo: <alessandro.sardelli@bncf.firenze.sbn.it> oppure Luciana Sacchetti <lsacchetti@stat.unibo.it>

5 ) Al riguardo si veda ‘Centomila certificazioni di qualità’. Un significativo traguardo raggiunto dal nostro paese sul cammino dello sviluppo economico e sociale. 10 Novembre 2005. Hotel Sheraton, Roma EUR. Resoconto della manifestazione a cura di Lorenzo Thione anche in <http://66.249.93.104/search?q=cache:YaHmmSoHK4MJ:sincert.fabbricadigitale.it/documenti/docs/centomila_rel_20_11_05.pdf+Centomila+certificazioni+Thione&hl=it&gl=it&ct=clnk&cd=1>

6 ) Recentemente al Forum PA 2006, Enzo Memoli ha proposto un innnovativo intervento formativo dal titolo, Project ‘Mannàggia ‘a ménte’, utilizzando tecniche proprie dello spettacolo per introdurre ai contenuti metodologici del project management.

7 ) Per chi volesse informazioni su questi prodotti può contattare lo staff della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze che opera sulla conservazione scrivendo a <restauro@bncf.firenze.sbn.it>

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Grafica di Max Liebermann, 1911

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